Opinioni di una clownessa – Henri de Toulouse-Lautrec e non solo

In questi giorni carnevaleschi ho deciso di ispirarmi al quadro di Henri de Toulouse-Lautrec Donna pagliaccio seduta per parlare della figura del clown. Lo faccio con l’aiuto di Heinrich Böll e di Federico Fellini.

Donna pagliaccio seduta, Henri de Toulouse-Lautrec.

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L’artista francese Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901) nasce in una famiglia aristocratica e da subito manifesta problemi di salute, in particolare alle ossa, tali che le sue gambe smetteranno di crescere intorno all’età di quattordici anni. Grande pittore, illustratore e litografo, è noto per aver frequentato molto i cabaret e le case di piacere parigine, luoghi che sceglierà poi come ambientazione delle proprie opere. Per tale motivo molti dei soggetti sono prostitute e personaggi bohémiens.  Nel 1896 realizza l’opera Donna pagliaccio seduta, che rappresenta Cha-U-Kao, una ballerina e clownessa che era solita esibirsi al Moulin Rouge e al Nouveau Cirque. La donna, con sguardo ironico-stanco-malinconico, riposa tra uno spettacolo e l’altro.

Per ottenere un look da clownessa ho indossato una maglia nera, un leggings di velluto a costine Goldenpoint, delle decolleté nere, un’ecopelliccia gialla Liu Jo e un nastrino giallo tra i capelli. Ho completato il look con una tracolla Coccinelle.

 

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Ho scelto questo quadro perché amo Toulouse-Lautrec (sotto una foto in cui sono alla mostra a lui dedicata allestita nel 2016 a Roma) e perché da sempre sono affascinata dal clown, figura piena di contraddizioni: nato per definizione esplicita per rallegrare, è per definizione implicita un personaggio triste. Il premio Nobel Heinrich Böll nello splendido romanzo Opinioni di un clown descrive bene questo che, oltre ad essere un mestiere, è uno stile di vita. Un passo significativo è quello in cui il protagonista, Hans Schnier, dice:

 

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Il riposo, così, ritorna come un elemento essenziale, necessario, credo, per ogni genere di artista. È in quel riposo che risiede la tristezza del clown, forse perché far ridere è un’arte difficile e toglie molta energia, sottrae sorrisi già usati nella performance. Oppure il clown è triste per assenza del “riposo serale”, quello dei non artisti che proprio in quel momento si dedicano all’arte. Il clown per riposare deve fare qualcosa di quasi impossibile (da qui l’illusione): dimenticare la propria arte. D’altronde, riposo o meno, la tristezza è un aspetto costante del clown, perché “un artista ha sempre la morte con sé, come un bravo prete il suo breviario”, afferma Hans.

 

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Il binomio allegria-tristezza non è il solo che caratterizza la figura del clown: anche raffinatezza-goffaggine e austerità-giocosità sono contraddizioni tipiche del pagliaccio. Grazie al documentario di Federico Fellini intitolato I clowns, infatti, ho imparato che esistono due tipologie di pagliacci. Vi è il “clown bianco”, raffinato e severo, sempre pronto a criticare l’“Augusto”, clown trasandato, spesso ubriaco e molto goffo. Il clown bianco e l’Augusto forse insieme rappresentano ognuno di noi, da un lato volenterosi di apparire impeccabili, dall’altro di fatto un po’ imbranati.

Se in questi giorni di festa doveste decidere di vestirvi da clown, siate l’eccezione che conferma la regola…siate clown soltanto allegri! Come ho fatto nelle foto, il primo modo per passare dalla tristezza all’allegria è alzarsi per cambiare prospettiva. Ricordate, non importa essere un “clown bianco” o un “Augusto”,

L’IMPORTANTE È ESSERLO CON BUON GUSTO!

Buon Carnevale da Rossella.

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